Gazzettino Dell'Oste
Mi piace davvero tanto osservare la gente.
Tanto quanto alla gente non piace osservare me.
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Un oste che osserva più di quanto pensa, che pensa più di quanto scrive e che scrive più di quanto osserva.
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Una splendida ragazza nuda, sdraiata al mio fianco sul mio letto, accarezzandomi la schiena e le natiche, disse un giorno che ero molto bello. Ringraziai facendole però notare che alla mia età avevo ormai idea di chi fosse "bello" e chi no, e che io non potevo certo ricadere nella prima categoria.
Lei però insistette dandomi la seguente risposta:
- Fidati, bisogna proprio che tu sia bello fuori, perchè dentro non lo sei per niente!
Mi ricordo di quando ancora il sesso era gioia.
Di quando dai nostri corpi arrivavano solo conferme di quel momento magico. Della mia ingenua circospezione iniziale e del mio veloce abbandonarmi alla passione. Mi ricordo di come ero stata attenta a misurare nei suoi occhi, durante i primi incontri, che non volesse solo portarmi a letto, che fosse davvero affascinato da qualcosa dentro di me, dal mio modo di pensare, dalla mia allegria o anche solo dalla tranquillità che poteva trasmettergli il mio sorriso.
Anche io, del resto, gli avevo guardato le forme, ma avevo mentito a me stessa come se desiderare un corpo fin dal primo istante fosse peccato. Lui aveva proprio un bel culo ma io fingevo di non farci caso. Preferivo concentrarmi su quegli occhi marroni che molto mi dicevano dell’intrigo di pensieri che gli occupava la mente. Quando alla fine ci siamo messi assieme mi sono dimenticata di tutte quelle seghe mentali dei primi giorni e nei suoi occhi scuri ho cominciato a verificare, ogni notte ed ogni mattino, che volesse ancora fare l’amore con me. Nient’altro.
Mi ricordo della sera in cui raggiunsi l’apice di quella certezza. Ero sdraiata a pancia in basso e lui mi stava baciando la schiena. Adoravo quel suo giochetto. Partiva dal sedere disegnando cerchi concentrici con la punta della lingua, prima su una natica e poi sull’altra attendendo che la lingua si asciugasse e diventasse ruvida come quella di un gatto. Poi iniziava a risalire la spina dorsale dando piccole leccate rugose fra le sporgenze delle vertebre, dove la mia sensibilità era maggiore. Respirava lento e profondo, quella sera, più rumorosamente del solito. Il caldo afflato raggiunse il mio collo spandendosi a lato, dietro alle orecchie, ed in alto all’attaccatura dei capelli. Attesi che si sdraiasse su di me e continuasse a baciarmi il collo ma lui si staccò e riprese a disegnare cerchi sui glutei poi infilò la lingua fra le natiche e la lasciò ferma a premere fra l’ano e la vagina. Ricominciò a salire dopo quasi un minuto, quando credo si rese conto che il mio assaporare le carezze si era trasformato in qualcosa di più. Quella strana sensazione di qualcosa in movimento si era fatta sentire fra le mie cosce, sentivo che la mia vulva si stava bagnando e lui doveva essersene accorto. Percorse l’incavo fra le natiche col naso mentre il dito indice della sua mano destra si faceva largo fra le gambe ed andava ad intingersi nella vagina. La mia mente non sapeva quale parte del corpo ascoltare, la vagina ed il piacere intenso che proveniva dal movimento del suo dito o la colonna vertebrale percorsa dai brividi provocati dalla sua lingua, ma quando quest’ultima giunse alle scapole e lui sfilò il dito per mettere le palme delle mani sul materasso ai lati delle mie spalle ed appoggiò appena il suo petto alla mia schiena, la punta del suo pene turgido che puntava contro le mie natiche serrate attirò tutta la mia attenzione ed io allargai la gambe sperando che lui mi penetrasse in fretta. Che bello era immaginare il suo volto tenendo gli occhi chiusi, ascoltando solo il suo respiro. Che bello misurare la sua emozione dall’intensità della mia, il suo desiderio dal mio piacere, e sapere che tutto questo sarebbe presto esploso trovando appagamento ed amplificazione assieme, nel momento in cui lui sarebbe entrato dentro. La cosa fantastica avvenne nel minuto successivo, senza che io né lui l’avessimo pianificata o presa in considerazione. Si allungò sopra di me per venire a mordermi i lobi delle orecchie e leccarmi le vene del collo. Il suo cazzo era come impuntato fra le mie natiche, duro come un palo, alla ricerca di uno sfogo. Lo sentivo premere contro l’ano. Lui non diceva nulla ed io sapevo che non avrebbe mai cercato di penetrarmi in quel modo, che era inesplorato per entrambi, senza chiedere la mia autorizzazione. Capii che non si stava accorgendo di nulla, che forse stava scambiando la resistenza del mio sfintere con quella dei miei glutei serrati. E allora decisi di lasciarmi andare, di prendermi la libertà di concedermi all’uomo il cui fiato mi trasmetteva solo amore. Cercai di rilasciare i muscoli e la punta del pene trovò subito un alloggiamento. Non era come mi sarei aspettata. Non c’era solo dolore, e nemmeno solo piacere. La sensazione imperante era di una attesa vigile, di apprensione per ciò che sarebbe accaduto nei secondi a venire. Lui pronunciò il mio nome con tono interrogativo ed io risposi con un gemito. La corona del glande era appena sprofondata dentro di me ed avevo sentito una fitta, come una piccola lacerazione subito scomparsa. Balbettò qualcosa. Stava realizzando la situazione. Sì, mi sei dentro, ho provato a dirgli ma non ero sicura che qualcosa di sensato stesse uscendo dalla mia bocca, perché mi sentivo le viscere piene, nell’intestino, nello stomaco e nel collo. Mi sei dentro, continuavo a dire, mi sei dentro e io ti sento tantissimo, e non mi fa nemmeno troppo male. Lui smise di spingere ed io tirai fiato accorgendomi che fino a quel momento ero rimasta in apnea. Ero bloccata e succube, ma la sensazione di impotenza ed impossibilità a muovermi che stavo provando mi piaceva un sacco perché mi regalava una benefica sensazione di abbandono.
È vero, ti sono dentro, disse. E poi anche mamma mia che bello! Gli risposi che sì, era davvero molto bello e lui mi domandò se mi facesse male. Un po’. Poco, però, gli risposi. Gli dissi che mi piaceva e quando lui, che parlava come fosse un bambino, mi chiese di descrivere che cosa sentissi, io ci pensai un attimo e poi risposi che sentivo come se la clitoride fosse stimolata dall’interno, da qualcosa che occupava interamente il mio corpo e spingeva contro alle sue pareti.
Non durò a lungo. Lui aveva paura di farmi male. Lo capivo dal fatto che rimaneva quasi immobile, che non cercava di spingere. Ogni tanto si ritraeva appena per poi rientrare ma erano movimenti impercettibili, sempre accompagnati da miei gemiti che per lui dovevano suonare più come campanelli d’allarme che come segnali di piacere. Si sdraiò completamente sopra di me e prese la mia testa fra le mani. Le mie guange erano tutt’uno con le sue palme, i suoi pollici dietro alle mie orecchie ed i suoi mignoli a lato dei miei occhi, a premere sulle ghiandole lacrimali eccitate. Ero sua. Totalmente. In tutto il corpo e nella mente. Avrebbe potuto stare in quella posizione per sempre ed io mi sarei lentamente persa dentro di lui anche se era lui ad essere dentro di me. Invece sfilò lentamente l’uccello ed io mi lasciai sfuggire un ultimo strillo col quale tornai in contatto con la realtà.
Mi ricordo molto bene il primo pensiero. Ancora stravolta da quella penetrazione delicata eppure violenta al tempo stesso, mi preoccupai di cosa poteva essere successo laggiù. Inspirai come a sentire col naso che non dovessi iniziare a vergognarmi. Mi chiese come stessi, se andasse tutto bene ed io, invece di rispondere domandai a mia volta se lui fosse sporco. Non aveva guardato, mi rispose, ma non gli importava. Disse che aveva tanta voglia, che era stata una cosa meravigliosa. Ma non sei venuto, gli dissi. Disse che era stato bellissimo lo stesso, solo l’idea di dov’era dentro, mi rispose, lo aveva fatto impazzire, ed anche adesso che era fuori gli era rimasta una voglia tremenda. Io non sapevo che fare. Era ovvio che non avremmo potuto continuare , che non sarebbe stato responsabile prenderlo di nuovo dentro davanti o in bocca. Doveva saperlo pure lui perché lo sentii sollevarsi ed appoggiare il palmo della sua mano sinistra fra le mie scapole. Era seduto sui miei glutei e sentivo le sue natiche contrarsi. Aveva iniziato a masturbarsi. Gli domandai ancora se fosse sporco. Lui disse di sì, che era sporco, però poco, ma che questo lo eccitava ancora di più e che aveva una voglia emorme di venire. E allora io dissi, sì, vieni, vieni, sborrami sulla schiena, amore. Sentivo dai suoi glutei che se lo menava sempre più forte. E mi teneva aggiornata, mi diceva, ecco, ci sono, non subito, però, ho tanta voglia di venire e di non venire allo stesso tempo, di godermi questo momento. Le sue parole venivano fuori così lente, pesanti ed appassionate, sincopate dalla sua mano, che io mi sentivo come se stessi per venire assieme a lui. E così feci, in fondo, quando lui mi annunciò che tutto stava per accadere, che il suo sperma sarebbe presto arrivato a scaldarmi la schiena e che lui si sarebbe buttato sopra di me, esausto, a lasciare che i nostri corpi si incollassero piano piano.
Qualche tempo fa, lasciai un post dove denunciavo il furto reiterato della bicicletta (la seconda nel giro di poche settimane) avvenuta in probabile perfetta concomitanza con il volo ad angelo del mio cellulare nel water del bagno di un bar.
Era giugno, mancava poco alle ferie e alla conclusione del lavoro che mi costringeva ad un pendolarismo multimodale di quelli seri (treno+autobus+bici/piedi/autostop).
Tornata dalle ferie:
- il cellulare, ripresosi dopo il bagnetto nello Yellow Sea, mi è stato sottratto poche ore dopo aver rimesso piede in suol natio;
- il portatile, dopo pochi giorni, si è suicidato senza alcun cenno preventivo di malessere;
- una terza bici (prestatami) è andata anch'essa ad incrementare il mercato nero delle due ruote non motorizzate;
- ma la più "bella" mi è successa qualche giorno fa: qualche simpaticone mi ha rubato la macchina di notte per poi lasciarmela abbandonata a pochi km di distanza (alla faccia di chi mi dice che sono un'irresponsabile a girare con il serbatoio vuoto...) con evidenti segni di sollazzo consumato al suo interno: sigarette abbandonate, finestrini abbassati...non ho ancora avuto modo e stomaco di indagare oltre.
Tutto questo, oltre ad esborsi coatti da fitte al fegato, porta con sè il rischio di sentirmi arrivare uno di questi giorni una chiamata dall'USL locale:
"Signorina, ci scusi, nulla di personale: è una questione di sicurezza sociale. Dovrebbe venire qui da noi a farsi applicare un'etichetta che avverta gli altri della sua pericolosità. Non la prenda male, è una piccola etichetta dietro nel collo..suvvia, pensi a come venivano trattati gli untori una volta..."
Comunque, etichetta o no, è un dato di fatto che sono stata presa di mira. Come mi è stato giustamente fatto notare, le sfighe sono codarde e si aggirano in branco: sanno che una sola verrebbe sconfitta ridendo, quindi aspettano di essere in tante per prendere coraggio e avventarsi sul malcapitato.
Codarde di merda! Ecco, cosa sono! Mi trovo a subire agguati da esseri senza palle (che però sono in grado di tritarmele, non c'è un cazzo da fare: l'hanno comunque vinta loro).
Rassegno ufficialmente le dimissioni da essere umano combattente contro le gangs armate della sfiga. Buona fortuna a chi ha deciso di resistere.
Ci sono segreti che solo un sogno potente
Ha il potere di far riaffiorare dalla tua mente.
Entità che cerchi ogni giorno di dimenticare
Arrivano allora, come fantasmi, a farsi ricordare.
Odori e sapori adesso proibiti, ma che hai amato
Sfidano la tua conscia indifferenza e tornano al palato.
Ma i sogni di chi hai sognato, ti chiedi da sveglio
Coincidono coi tuoi? Ne condividono lo sbaglio?
Capisci che ciò che hai perduto nella vita reale
Da qualche parte, l’io che non controlli, vuol recuperare.
E se ora sei provato di vergogna per ciò che hai sognato
Non hai paura se la notte, in futuro, ti riporterà al passato.
Erano tutte stronzate.
Davvero ci credevo? Non era evidente? Mentre guardavo mia moglie sulla porta di casa e mi accingevo a caricare le valigie con tutta la mia roba sul taxi che mi aspettava in strada, una vocina mi stava ponendo queste domande. Adesso saprei cosa rispondere. Ammetterei che sì, era evidente. Ma fino a quel momento avrei giurato sulla mia pelle che stavo facendo la cosa giusta. Per tanto tempo era stato più forte di me raccontarmi tutte quelle cose, quelle “verità” sulla necessità di tradire per preservare il mio matrimonio. E non avevo avuto un solo tentennamento.
Dalla calma alle valigie si era arrivati in poche ore. Claudia, mia moglie, era casualmente inciampata nel piccolo bidone della spazzatura che tenevamo in bagno ed un cartoccio di carta igienica era rotolato sul pavimento attirando la sua attenzione. Aveva preso in mano quel fagotto e lo aveva aperto scoprendovi all’interno un preservativo usato. Non potevo credere che tutte quelle cose fossero accadute per caso, che avesse inciampato davvero in un contenitore tenuto in un angolo irraggiungibile del bagno, che fosse uscito proprio quel pacchetto di carta igienica e che a lei fosse venuto in mente di prenderlo in mano e srotolarlo. Ma il mio disappunto per quello che era stato un evidente accanimento alla ricerca di prove, una fruttuosa caccia ad un indesiderato tesoro, non mi fu utile per distogliere la sua attenzione dal nocciolo del problema: che cazzo ci faceva un preservativo usato in casa nostra visto che noi non ne facevamo uso da anni?
- Mi sono fatto una sega. - dissi per giustificarmi.
- Con il preservativo? Chi avevi paura di fecondare?
- Non volevo sporcare.
- Scusa?
- Volevo venire liberamente, senza preoccuparmi di schizzare sul letto.
- Sono dieci anni che schizzi sulla mia pancia e sul letto!
- Cosa c’entra? Tu non c’eri!
- Ma che cazzo stai dicendo?
- E se poi trovavi le macchie di sperma sulle lenzuola? Magari pensavi che mi ero scopato qualcuna nel nostro letto.
- Invece se trovo un profilattico usato dovrei pensare che lo hai usato per masturbarti? Ma cosa credi? Che sia completamente deficiente?
Non lo credevo e il mio viso immagino lo testimoniasse. Ci avevo provato ed era andata male. Mi sono sempre chiesto per quale strana ragione, a causa di quale malfunzionamento cerebrale, avessi buttato quel preservativo proprio nel bidone del bagno della camera da letto. Non avevo nemmeno scopato lì, scopavo sempre in albergo o comunque non a casa mia. Quella volta lo avevo fatto in auto e non sapendo dove mettere il preservativo, lo avevo annodato e infilato in tasca avvolto nel suo involucro. Arrivato a casa, la sera, mi ero trovato mia moglie davanti che stava preparando il bucato ed un brivido mi aveva percorso la schiena quando mi aveva domandato di darle i vestiti che avevo indosso per metterli a lavare. Così ero andato in bagno ed avevo avvolto il pacchetto argentato in un metro di carta igienica e poi lo avevo infilato con una mano sul fondo del bidoncino della spazzatura, nascosto da altre cartacce.
Mentre il tassista mi conduceva all’Hotel Duomo, che tutti i miei ragionamenti fossero stronzate, divenne improvvisamente chiaro. Così come chiaro mi fu che a pesarmi, in quel momento, non era tanto il rimorso per ciò che avevo fatto, quanto la delusione che avevo inflitto a mia moglie e la pessima immagine che lei avrebbe conservato di me. Sapere che mi stava disprezzando era quasi impossibile da sopportare. Era così ovvio pensando a quanto era appena accaduto ma così ingiusto nei confronti di tutto ciò che c’era stato tra noi. Non sapevo che fare. Lo stomaco mi diceva di continuare a cercare un contatto con lei, magari insistere nella tesi della “masturbazione protetta” o trovare il modo di giustificare il tradimento come momento di debolezza causato da qualche suo gesto, qualche sua mancanza nei miei confronti. Cercare con veemenza l’assoluzione per non aver commesso il fatto od una condanna con mille attenuanti ed il perdono d’ufficio. La testa invece mi ricordava che Claudia non aveva fatto alcuna scenata. Mi aveva guardato come non avrei mai dimenticato, comunicandomi tutto il suo dolore e la sua incredulità a tanta mia scelleratezza. Tentare di farmi perdonare da lei sarebbe stato prenderla in giro ancora una volta. Mi sentivo come un uomo abituato a lavorare diciotto ore al giorno che improvvisamente si ritrova per strada disoccupato, con molti soldi ma senza una sola idea su come passarsi il tempo.
Il taxi arrivò a destinazione e fui costretto ad interrompere il flusso dei miei pensieri. Entrai nella hall del piccolo albergo con due enormi valigie ed uno zaino in spalla. Il proprietario non sembrò affatto sorpreso che dopo anni di camere ad ore io gli domandassi cosa mi sarebbe venuta a costare la mezza pensione in una piccola suite nel caso avessi deciso di rimanere lì a tempo indeterminato. Dissi che avrei fatto una settimana di prova e che poi avrei eventualmente confermato. Pagai in anticipo e poi mi feci accompagnare alla stanza. Mentre lasciavo una piccola mancia al cameriere il telefono cellulare vibrò nella mia tasca. Era l’ufficio e non risposi. Mi buttai invece sul letto a raccogliere le idee.
Ci sono volte, serate, nottate, in cui m’è più facile scendere, immobile, e il fondo toccare, piuttosto che galleggiare.
Quelle in cui la birra che uso per facilitare lo scrivere non basta da sola a farmi provare qualche voglia di ridere. Sorseggio piuttosto qualche generoso bicchiere di Porto, perché denso e dolciastro mi porta lo stomaco allo stesso stato di nausea del mio pensiero contorto.
In cui m’accendo una cicca non per la fragranza che quella mi lascia sulla lingua e sul palato, ma per la gelida ebbrezza che avverto sapendo d’aver di qualche minuto la morte avvicinato.
E son proprio quelle le volte, le serate, le nottate in cui con me stesso sono più turpe, meschino e falso. In cui ogni ricordo di te, orgogliosamente lasciata, stingo con certosina dovizia, quasi che il recente passato d’inferno a nulla fosse valso.
Sono scomparse nel nulla tutte le invidie, le colpe e le discussioni, le ore infinite che abbiamo trascorso a fracassarci ad arte i coglioni.
S’è dissolto quel triste pensiero che puntuale arrivava mentre decidevamo per ore chi avesse torto, quello che mi faceva gettare le armi, perché piuttosto che star lì a continuare la guerra avrei preferito nella lotta essere morto.
Riemergono fatti che, forse per inconsapevole scelta, avevo all’ombra riposto. Riaffioran pian piano quelle cose di te pur di avere le quali a tutto ero disposto.
Persino mi manca quel che ieri citavo come un secco gioco d’attriti fra pene e vagina! Vorrei non essere, come sono, convinto, ma quasi mi sembra di non aver mai fatto scopata sì sopraffina.
Mi chiedo in quale eremo vergognoso si sia ritirato il mio orgoglio, sublimato al primo dopocena vuoto di amici e di televisione spoglio.
Come abbian fatto tutti quegli insopportabilii particolari del tuo agire a venirmi così presto a mancare e la mia sudata solitudine, subdolamente, a colpire.
E quel ch’è peggio è che passo dalla parte del torto. E son io medesimo che, senza interventi esterni, dal lato della colpa mi porto.
Prendi ad esempio quella tua chioma artatamente bionda, da colpi di luce schiarita confusamente (sempre più chiara di ogni inferenza partorita dalla tua mente). Tu sai quanto mi sia sempre stata sul cazzo. Eppure, se per anni ti ho detto “Castana sei nata, castana resta, perdio!”, adesso mi sembrano pretese da pazzo.
Penso poi al dialogo che tanto anelavo. Alle silenti mezz’ore di calma forzata fra le burrasche delle nostra giornate. L’altra sera sono uscito con una. Valente e colta oratrice. Sarà anche stata la voce, ma se avessi avuto un scopino da cesso da ficcarle in gola... avrei almeno arginato quella gorgogliante fuoriuscita di saccenti stronzate.
A me risplendi di nuovo, dunque, come ai bei tempi. Sei contenta? Soddisfatta? Vendicata? Ti sarà rimasto qualche rancore cui adesso attaccarti con sadica gioia o dall’esperienza con me sei davvero uscita svuotata?
Son nulla anch’io, adesso. Io, invincibile, raziocinante giudice delle manchevolezze tue. Piegato e spezzato dalla tremenda scoperta che la corsa alla fine l’abbiamo corsa ambedue.
Possibile che a tale degrado di dignità, di boria e di nerbo, non riesca da solo a porre rimedio? Non voglio nemmeno pensarci che solo la tua presenza, qui, ora, possa interrompere questo invivibile tedio.
"Arriviamo all'albergo verso le otto. La sala da pranzo è ben illuminata, sembra ancor più luminosa del solito. Forse è il mio umore. Dopotutto, questo è un evento. Ho sempre mangiato da solo. Apriamo i menù. Le nostre teste si chinano un po' per considerare le scelte. Intorno a noi, i rumori attutiti, rassicuranti, della cena. Al centro della stanza un tavolo risplende di frutta. Accanto c'è un carrello di formaggi: bleu de Bresse, pesante e ricco, pungente come le ascelle di una donna; rocquefort, venato come marmo; i piccoli chévres nei loro involti, gruyère..."
James Salter
Ci sono diverse categorie di persone dal comportamento discutibile.
Ognuna ha il suo aggettivo di riferimento e di aggregazione a propri simili.
L'aggettivo più azzeccato per descrivere il sottoscritto è stronzo.
Un aggettivo diverso attribuirei invece agli esimii colleghi ristoratori che sono venuti a pranzo stamane nel mio locale. Uno appropriato mi sfugge e chiedo aiuto allo sparuto popole dei frequentatori del blog.
I "non aggettivati" si siedono ed ordinano da mangiare, poi domandano alla cameriera di portar loro una certa bottiglia indicandola sulla carta dei vini. Trattasi di uno spumante Metodo Classico fatto sui colli piacentini da uve Malvasia e dal costo di 20,50 euro. Assaggiano il vino e quello dei due soci che nel loro ristorante si occupa della sala e della composizione della carta dei vini chiama la cameriera dicendo che il vino non è un vino da pasto bensì da dolce e che non è di loro gradimento.
Soprassiedo sul fatto che un sommelier o suo surrogato confonda lo zucchero con la pseudo sensazione dolce di un'uva aromatica come la Malvasia perchè non è questo l'indizio che deve portarci alla risposta. L'aggettivo che vo' cercando infatti non è nè incompetente né (cito Elio e le Storie Tese) "Uomo dalle papille gustative interrotte".
La cameriera, che è musulmana e quindi il vino non sa nemmeno che sapore abbia, è imbarazzata e per non fare brutte figure, in mia assenza, toglie la bottiglia dal tavolo dei due clienti/colleghi e domanda loro cosa desiderano in alternativa. I due ripiegano su due calici di vino da 3 euro cadauno e con questi arrivano alla fine del pasto.
E qui viene il bello. Si avvicinano alla cassa. La cameriera non sa che fare e prepara il conto senza la bottiglia. Due Coperti, due antipasti, due primi, due bicchieri di vino da 3 euro, una bottiglia di acqua e un caffe per un totale di 36,50 euro. Non si sono resi conto, i due gestori, che hanno fatto stappare una bottiglia e poi l'hanno mandata indietro dopo averne bevuti due calici? Non sanno che adesso la bottiglia non è riutilizzabile se non per le scaloppine? Non hanno pensato che avendo mangiato 4 portate ed altri due calici di vino, il conto di 36,50 euro NON POTEVA includere la bottiglia da 20,50 euro che avevano ordinato?
Evidentemente no, perché i due hanno pagato e se ne sono andati senza nemmeno domandare per cortesia se la bottiglia che avevano fatto aprire fosse da pagare. Magari la cameriera (che è pure in ramadan e le è vietato tirare madonne)gli avrebbe risposto di no, vista l'ipocrita benevolenza che aleggia fra noi colleghi/concorrenti.
Il racconto è finito.
Serve un aggettivo.
Votate gente! Votate!
Non c’è niente da fare. Non appena mi illudo di aver scovato in me stesso un piccolo pregio, ecco che prendo coscienza di un mio difetto a controbilanciare. Non appena scopro di aver fatto qualcosa di positivo nei confronti di qualcuno, realizzo con vergogna che alla medesima persona sto causando un danno. Oggi l’esempio più recente. Un episodio con radici più antiche.
Alcune settimane or sono stavo camminando speditamente per il centro storico alla volta di un ufficio comunale. Giro l’angolo e mi trovo davanti ad una ventina di metri, marciante in direzione opposta, una persona del mio passato che ha deciso da tempo di evitare alcuna comunicazione palese, e sottolineo palese, col sottoscritto. Il suo percorso verso il cuore della città la porterebbe a sfilarmi accanto. Preoccupata evidentemente che io possa tentare di parlarle, la persona intravede alla sua sinistra la propria via di fuga: un vicolo ad “U” che con un aggravio di un centinaio di metri la potrebbe ricondurre sulla strada maestra evitando il pericoloso ostacolo. La sfortuna però vuole che proprio in quel vicolo io debba svoltare per raggiungere la mia destinazione. E così, dopo pochi passi, la situazione è tale che un osservatore esterno avrebbe potuto invocare l’intervento delle forze dell’ordine perché un molestatore sta inseguendo la sua vittima cercando di braccarla in un angolo. E questo deve aver pensato la persona sentendo il mio fiato sul collo per una decina di metri, fino a quando, senza aprire bocca, sono entrato nell’edificio alla mia sinistra.
Oggi la seconda puntata. Esco da un parcheggio e mi dirigo verso la mia banca. A trenta metri da me, sempre a piedi, avanza la stessa persona. La vedo che, riconoscendo la mia macchina, ondeggia cercando di decidere in fretta se occultarsi dietro agli alberi del viale o costringersi ad un comportamento più fiero. Poi una mano si infila nella borsa a tracolla e ne trae un telefono cellulare che viene presto accostato all’orecchio mentre io sfilo veloce verso la banca. Una telefonata inventata, ricevuta o magari anche fatta appositamente per mostarsi impegnata ed evitare di essere disturbata? Mi domando perché dovrei parlare (in modo palese, s’intende) con qualcuno che, offeso dalle mie azioni, mi disprezza e che non ha alcuna intenzione di testare se mi sono redento. Mi domando perché dovrei mai disturbarne l’esistenza di nuovo? Mi domando perché ogni volta che faccio qualcosa di buono, come ad esempio aiutare le persone a tenersi in forma con un po’ di moto supplementare per fuggire alla mia sagoma da serial_[K]_iller, vanifico le mie azioni con un passo falso come ad esempio costringere le stesse persone a vedersi aumentare la bolletta del telefono.
Driiiiiinnnn!!!!
- Pronto, La Buca.
Voce di ragazza.
- Ciao, volevo sapere che orari fate.
- Ciao. Guarda, oggi che è Lunedì è l'unico giorno della settimana che devo chiudere a mezzanotte, poi dal Martedì al Giovedì all'una, il Venerdì e il Sabato alle due.
- Quindi se stasera vengo lì alle 23:15 mi fai entrare?
- A cena o come dopocena?
- Come dopocena, a bere un bicchiere e stuzzicare una cosina.
- Certo, però come ti ho detto a mezzanotte devo per forza chiudere o fioccano le multe.
- Sì, sì, lo so come funziona lì in centro storico...
- Bene, allora a stasera, ciao.
Ore 23:20. Una coppia di ragazzi si toglie la sigaretta di bocca, la getta a terra e poi entra.
- Ciao. Allora possiamo entrare?
- Sei tu quella che ha telefonato?
- Sì, sì.
- Vieni, vieni, però ti ricordi vero che a mezzanotte devo chiudere?
- Sì, sì, facciamo prestissimo.
Vado al tavolo alle 23:25. Ingenuamente mi aspetto un ordine di due bicchieri di vino.
- Allora ci fai due taglieri di salumi e formaggi e poi ci porti due calici adeguati?
- Ok...
Mi allontano pensando che devo andare a dire in cucina che hanno pulito l'affettatrice per niente.
23:26. La tipa mi raggiunge.
- Ma che vino mi porti?
- Che tipo di vino vuoi?
- Non è che mi apri un Harmonium?
- Guarda, ho la lista dei vini del giorno. Se apro un vino che non è in lista e tra parentesi non costa nemmeno poco, ti verso i due bicchieri e poi visto che fra mezz'ora chiudo, mi tocca di buttare via la bottiglia.
- Allora che mi dai? Non troppo fruttato...
- Un rosso non fruttato quasi non esiste...
- Certo però... insomma non... che vini hai al calice?
Glieli descrivo uno per uno e alle 23:29 lei fa la sua scelta.
23:33 porto i due piatti di salumi e formaggi ed i due bicchieri di vino.
Ore 23:55. Butto l'occhio al tavolo per vedere se hanno bisogno di qualcosa. Tutto tranquillo.
Ore 00:00. Mi sento un po' cafone ad andare dar loro un calcio nel culo con precisione svizzera e
mi ingegno per passarmi il tempo per un altro po'.
Ore 00:12. Vado al tavolo col conto.
Mentre mi avvicino vedo che i piatti sono mezzi pieni ed un solo bicchiere è vuoto.
- Ragazzi, come vi avevo preannunciato devo proprio chiudere. Vi lascio qui il conto.
- Sì, sì, ci sbrighiamo in un attimo. Però intanto ci fai un altro giro di vino?
Capisco che come mille altre volte sono di fronte a due clienti D.O.C.G. (Dell'Oste i Coglioni Grattugio) e vado ad aprire un'altra bottiglia perchè ovviamente quella del vino che avevo dato loro l'avevo seccata per passarmi il tempo.
Ovviamente ero svenuto. All’istante. Un paio di secondi dopo il crack. Un crack che sono sicuro di aver sentito anche se mi hanno poi detto che là non c’è nessun osso.
È stato il chicchiericcio di voci femminili a farmi riprendere il contatto con la realtà.
- Si sta svegliando.
Riaprii gli occhi e una luce violenta al neon mi impressionò le retine con una macchia gialla. Abbassai lo sguardo in direzione dei piedi.
- Dove sono?
- Si trova al Policlinico.
- Lei chi è?
- Mi chiamo Maria. Sono un’infermiera. E questa è Katia. Infermiera anche lei. Stia tranquillo. Va tutto bene.
- Dove sono?
- Dev’essere sotto shock… Signor Benetti? Mi sente? Lei si trova al Policlinico.
- Questo l’ho capito! Dove sono i miei piedi?
- I suoi piedi? Oh! Mi scusi. Non avevo compreso… Sono qui. Sente?
Sentii due dita afferrarmi il pollicione. Davanti a me vedevo solo bianco. Un bianco molto fastidioso per i miei occhi che erano bruciati dal lampo di luce.
- Non li vedo.
- Abbiamo messo un’impalcatura per tenere il lenzuolo sollevato.
- Sollevato da che?
- Dal suo…
- Dal mio cosa?
- Dal suo… pene.
Rimasi un attimo insilenzio a pensare e poi ricordai. Pam, Paolo, le sue scarpe e il colpo di kung fu contro al mio uccello.
- E’ ancora lì?
- Sì sono qui, signor Benetti.
- Non lei. Il mio pene. E’ ancora lì?
- Cerchi di rimanere calmo. Fra poco passerà il dottor Colla e potrà fargli tutte le domande che vuole.
- Dottor Colla? Mi prende per il culo?
- Perché mi dice queste cose?
- Oddio, si chiama davvero così? Colla? Non sono per niente tranquillo. Non potrei avere qualcosa per i nervi?
- Katia, vai a domandare se il paziente può assumere un tranquillante.
- Perché non me lo dice lei?
- Scusi?
- Perché non me lo dice lei, se il mio pene è ancora al suo posto.
- Sì, sì. E’ ancora lì, si rilassi. Adesso passa il dottor Colla.
- Non mi ripeta quel nome, la prego! Mi faccia un’iniezione.
- Torno subito, non si agiti. Ah, guardi, è tornata Katia con una bella punturina di calmante.
- Mi giro di fianco?
- Non credo le sia possibile, no. Gliela faccio nel braccio. Qui. Ecco.
- Cosa vuol dire che non mi posso muovere? Lei mi sta facendo paura, sa? Sì che posso…
Sentii una sciabolata perforarmi l’addome e poi attorno a me ci fu di nuovo il silenzio.
Non ricordavo di aver detto a Pamela quanto mi piacessero quelle scarpe. Io l’amavo anche per questo, perché lei si accorgeva di tutto. Perché capiva che più di una cena in un ristorante straordinario o di qualcosa d’oro da portare al collo, un paio di scarpe super tecniche, che mi sarei goduto nei miei avvicinamenti alle pareti delle Dolomiti, avrebbe fatto la mia felicità. Lei sapeva certamente che di tutto il mio equipaggiamento da montagna, le scarpe da avvicinamento erano il pezzo più logoro e bisognoso di rinnovamento. Per questo, ne sono sicuro, nel trovarsele davanti non aveva avuto dubbi. Mi sembrava di vederla, vagare sola tra gli scaffali di qualche fornitissimo negozio di attrezzatura e abbigliamento per la montagna e ricordare di quando, appena fidanzati, andavamo insieme a perderci toccando i tessuti dei capi da alta quota, ammirandone la genialità del connubio fra l’estetica e la funzionalità, di quante ore perdevamo a provare scarpette da arrampicata, impugnare piccozze, indossare imbracature e infilarci dentro alle tende lasciandovi l’eco di un bacio veloce. Un divertimento ed una soddisfazione fanciullesca pari solo a quella che avremmo poi provato in montagna al momento del collaudo dei nostri numerosi acquisti.
Sapevo inoltre quanto dovesse essere stato difficile per lei tornare in un negozio del genere dopo che da oltre un anno aveva smesso di arrampicare, da quando era volata in parete, senza conseguenze apparenti, ma perdendo il bambino che avevamo appena scoperto di aver concepito. In questo suo obbligarsi a cercare qualcosa che mi aiutasse a proseguire nella passione che ci aveva accomunati, ma che lei non condivideva più con me, avevo immediatamente letto tutta la sua devozione.
Eppure, nonostante comprendessi alla perfezione l’amore sotteso a quel gesto, la scelta di quel particolare regalo mi sorprese enormemente. L’occasione era l’anniversario di matrimonio. Una data che ritenevamo molto importante, più dei nostri compleanni, e che avevamo voluto cadesse proprio il 26 di Dicembre, lo stesso giorno in cui avevamo fatto l’amore per la prima volta tre anni indietro. Il ricordo della fatica che avevamo fatto per trovare il prete disposto a sposarci a Santo Stefano era ancora molto vivo ed aveva continuato a testimoniare nel tempo la forza del nostro legame. Benché quel giorno di ogni anno ci facessimo il regalo più bello, bello quanto erano effettivamente belle quelle scarpe, la tradizione voleva che i regali celebrassero la nostra coppia più che soddisfare i desideri delle nostre due persone singolarmente. Io, ad esempio, per quell’ultimo Santo Stefano avevo prenotato un volo per Londra ed acquistato due biglietti per il concerto di capodanno delle Cocorosie, il gruppo che aveva composto la nostra canzone. La vista delle scarpe mi disorientò al punto che, in modo forse poco carino, le feci immediatamente notare la cosa.
- Come mai delle scarpe?
- Perché?
- Così... Di solito ci facciamo dei regali che possiamo usare in due.
- Non ti piacciono?
- Ma sì! Mi piacciono un sacco. Non volevo dire questo. E’ che...
- Ho capito.
- Dai, non volevo essere scortese, era solo una domanda.
- Non le hai nemmeno provate.
- Le provo subito. Ma sono scuro che mi vanno benissimo.
Mi tolsi la scarpa che avevo indosso e sforzandomi di non approfondire ulteriormente le motivazioni che l’avevo spinta a farmi quel regalo, aprii la scatola delle scarpe nuove. Immaginai che lei si fosse lasciata trasportare dall’entusiasmo dimenticandosi della tradizione e mi sentii malissimo, sfiancato dal senso di colpa. Mentre estraevo la prima calzatura dalla scatola lei mostrava in volto tutta la tristezza dovuta alla paura di avermi deluso. Ero stato davvero ingrato a sollevare la mia obiezione. Abbassai lo sguardo cercando di concentrarmi per riuscire a distendere i muscoli del volto e produrre un meraviglioso sorriso non appena il mio piede fosse stato al sicuro nel comodo alveo della bellissima scarpa da trekking.
E invece feci una smorfia.
- Che c’è?
- Mi sono punto il pollicione.
- Eh?
- C’è qualcosa nella scarpa...
- Che cosa?
Infilai la mano ed estrassi un cilindro di plastica.
- Ma sono matti ad infilare una cosa appuntita nelle scarpe? Che roba è?
Il cilindro aveva un piccolo cappuccio a vite. Lo svitai e guardai all’interno. C’era un foglio di carta.
- Che cos’è?
- Ma che ne so... Sarà la garanzia.
Battei il cilindro sul palmo della mano e il foglio di carta si affacciò all’imboccatura. Riuscii ad estrarlo con la punta del mignolo e lo srotolai per leggerne il contenuto.
Mi sentii stupido ed enormemente felice allo stesso tempo. Guardai Pam che aveva iniziato a ridere, mostrando quanto era stata dura rimanere seria e fintamente offesa per tutto quel tempo. Sul foglio c’era una sua frase: “Mi torni a portare in montagna? Ne ho tanta voglia.”
Mi coprii il volto con le mani e la guardai attraverso le dita. Gli occhi mi si riempirono di lacrime e mi lasciai sfuggire un singhiozzante Mi hai fregato.
- Ti piacciono davvero?
- Abbracciami. E’ un regalo meraviglioso!
- Parli delle scarpe, vero?
- Lo sai di cosa parlo.
La baciai e sentii che le mie lacrime uscirono dagli occhi andando a fermarsi fra le nostre guance accostate
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RICEVO COME MAIL PRIVATO DAL MISTERIOSO "KEGEL" E VOLENTIERI PUBBLICO
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Che dire?
O meglio, che scrivere?
Bombardare di commenti il trailer della nuova creatura?
Non questa volta.
Perché è un po' come quando si va a trovare in ospedale una parente/amica che ha appena partorito.
Ti avvicini al lettino immaginando di trovarci un classico cucciolo d'uomo tutto raggrinzito perché sfornato da poche ore, ma invece lo spettacolo è decisamente peggiore.
Ti ritrovi di fronte a un vero mostriciattolo. Nella tua testa rimbomba "è uno dei bimbi più brutti che abbia mai visto..che schifo..speriamo, se mai dovessi avere un figlio, che sia più carino, perché una roba così non si guarda!".
E questo è niente.
La parte difficile è mantenere un'espressione commossa e intenerita con la mamma, evidentemente stravolta e strafelice, per non parlare degli orgogliosissimi nonni parenti e amici stretti (alcuni dei quali tu sospetti stiano mettendo in scena il tuo stesso faticoso allestimento, ma i trucchi di scena non si possono svelare prima che cali il sipario).
Il motivo per cui riservo il mio commento a te é per evitare la situazione appena descritta.
Arrivo al dunque: il tuo bambino non mi piace.
Non ho idea di quale sia il contesto di quelle pagine e tantomeno il risultato finale. Ecco perché mi riservo di dirti che sarebbe stato più intelligente continuare a usare degli anticoncezionali per evitare il danno.
Però ti dico che come le gravidanze andrebbero accuratamente ponderate e non si dovrebbero dare alla luce bambini a caso o in preda a un fuggevole istinto materno o paterno, allora, esattamente allo stesso modo, non si dovrebbero mettere al mondo pagine che non sono pronte per affronarlo.
E davvero non lo sono.
Non c'è niente di nuovo, piuttosto che ironico o incalzante.
Sono pagine di cui, temo, possa andare fiero solo tu e la tua piccola schiera di lettori fedeli (la tua donna, che è più che presente in questo blog, i tuoi amici, qualche cliente, mamma e papà, larvotto..).
Cos'è cambiato dall'Uomo Tatuato? Niente. E, ammettilo, non è stato un grande romanzo d'esordio.
Perché quel romanzo non ha funzionato?
Te lo sei chiesto?
Si, tu risponderai. E in cuor tuo sai benissimo che non era un romanzo pronto per essere pubblicato.
Era prematuro. Palesemente prematuro.
Un periodo di incubazione era necessario.
Ma era troppa la voglia di metterlo al mondo e sull'onda di un'euforia ceca hai lanciato sul mercato editoriale un prodotto semilavorato. Già è un mercato difficile..
L'Uomo Tatuato ha una cosa: un intreccio.
Che è un buon punto di partenza.
Ma non ha tutto il resto.
Ed è il classico rischio che si corre quando il primo romanzo è in parte autobiografico.
Il romanzo non da le coordinate spaziotemporali al lettore.
Ed è autoreferenziale.
Sembra un libro che l'autore ha scritto per se.
Perché?
Perché il romanzo non trasferisce le sensazioni chiave. Dove sono gli odori? I sapori? Dov'è l'odore del sesso? Il sapore del cibo? L'agrodolce dell'irrequietezza e dell'inettitudine di un protagonista del genere?
Sai perché non li hai resi?
Per lo stesso motivo per cui non si trovano gli errori nelle equazioni. A forza di fare e rifare un'equazione non si riesce più a vedere l'errore, ma se la sottoponi a un altra persona lo trova quasi subito.
Certe pagine sono così vissute che non ti sei posto più di tanto il problema "il msg arriva a destinazione o no???".
Peggio ancora: la bozza immagino sarà stata letta da persone che più o meno ti conoscono..quindi leggevano il libro avendo in mente te. Te più giovane..poi più adulto..ma pur sempre te..te nella loro mente. Sei tu quello coi tatuaggi, sei tu che fai sesso..ecc..
L'unico personaggio degno d'attenzione è roan.
Perché?
Perché è l'unico inventato..sicuramente è stato ispirato qua e la, ma è inventato.
Qual é il difetto del personaggio?
E' un personaggio con un gran potenziale, ma inesplorato. gran parte della sua capacità produttiva è rimasta inutilizzata.
Sei rimasto sulla superficie di roan.
Peccato. L'unico personaggio degno d'attenzione.
E il sesso???
Troppo al maschile.
La letteratura è piena e stanca di tutto questo vuoto e tautologico sesso al maschile.
Sei rimasto in superficie anche lì.
Il sesso nella vita può essere superficiale. Ma quando lo racconti devi riuscire a penetrare l'oggetto superficiale per catturarne l'essenza, cioè la superficialità.
Non tutti ci riescono.
Ecco perché alcuni sono scrittori migliori di altri.
Tu hai una passione per le scene "a effetto".
Scena di uno che trova uno che si scopa la sua donna.
Che effetto speri di ottenere?
Quello tragicomico dello sperma sulla scarpa della vittima?
No, non è ne tragico ne comico. Semplicemente prevedibile.
E poi basta con sto tradimento! Immagino che tu ti ritenga un esperto in materia, ma mio caro questo non basta per renderlo interessante.
Tradire per calcolo, cioè per amore. Tradire per fare diventare l'atto del tradimento un'abitudine affiché il rapporto con la moglie rimanga sorprendente e emozionante.
Cosa c'è di nuovo in questo?
Dov'è l'elemento catalizzante?
Non è detto che le tue filosofie di vita, se trascritte, possano tenere una persona con la faccia incollata alla pagina.
Non è così.
Consiglio: mettiti in discussione e prova a scrivere di ciò che non sai. Prova rischiare sul serio.
Ci sono persone in grado di narrare meraviglie circa cosa che non hanno mai provato.
Dai al sesso una nuova dimensione. Che non sia la tua. prova a cambiare codice. Dagli un colore e un profumo diverso.
Fai divertire il lettore e non rintontirlo più con le tue esperienze.
Non è il tuo psicoterapeuta.
Si fa presto a dire troia.
Porca troia, troia vacca o vacca troia, figlio di troia, tutti ‘sti accidenti tirati al vento senza sapere veramente di cosa si stia parlando. Ve lo dico io di cosa si sta parlando. Ho giusto un esempio recente, proprio dell’altra sera, in una casa del centro poco distante da qui. Vado da questo cliente abituale, un ultra cinquantenne panzone coi gusti strani, cui piace farsi pisciare addosso prima di scopare. Non è uno che si fa dei viaggi, che pedina o roba del genere. Quando telefona è per il sesso. O meglio, per una pisciata e un po’ di sesso. Poi mi lascia libera di fare la doccia, di prendere il denaro e di andarmene salutando cordialmente. Questo una volta al mese, più o meno. Per il resto del tempo, silenzio. Lui è il massimo col minimo del tempo e dello sforzo. Un pieno di tutto ciò che serve per sentirmi puttana fino al midollo. Odori di scarti umani, umiliazioni, dolore e soldi. L’altra sera tutto come tante volte, niente perdite di tempo o finti convenevoli. Nel suo appartamento che puzza di cera per mobili antichi e del suo sudore acido, lui era già in vestaglia. Mi ha chiesto come stavo e basta. Ha iniziato a a camminare verso il bagno senza ascoltare la risposta. Si è seduto sulla tazza del cesso e mi ha guardato mentre mi spogliavo ed indossavo il guinzaglio borchiato che mi aveva lasciato a penzoloni dietro l’uscio del bagno. Tutto si svolge in bagno, sempre, come un rituale. Lui sta seduto e si slaccia la vestaglia. Io mi inginocchio tra le sue gambe e gli lecco l’uccello respirando WcNet. Devo andare lenta. Lasciargli il tempo di controllarsi per non venire. Mi appoggio con gli avambracci sulle cosce grasse e gli tengo le mani sul culo con le dita piantate nelle natiche morbide e pelose. Gli passo la punta della lingua tutto attorno alla corona della cappella e poi in circolo fin sulla punta e lo guardo mentre tengo la lingua di fuori. Mi dice che sono una troia, la sua troia preferita. E quando dice troia lui, state sicuri che sa di cosa sta parlando... In quel momento, quando lui parla e mi fa capire di essere davvero infoiato, ingoio tutto il suo cazzo, fino in gola, fino a quando le labbra non arrivano a toccargli la pancia ed i peli mi entrano nel naso. Devo essere brava e far andare avanti questo giochetto quattro o cinque volte, per almeno venti minuti, senza farlo venire o cedere ai conati di vomito che arrivano quando l’uccello occlude l’esofago. Se riesco a controllarmi, è fantastico. Mi sento molto professionale.
Poi lui prende in mano la catena del guinzaglio e mi fa alzare in piedi. Tiene il braccio teso in alto. Io sembro impiccata e devo tenere una mano fra la striscia di cuoio ed il collo per riuscire a respirare. Mi tiene in piedi un po’ e mi sculaccia. Poi mi fa fare qualche passo verso la vasca da bagno a forza di manate sul culo. Io lo incito con la voce spezzata e il fiato monco perché questa è la parte che preferisco. Ancora, gli dico mentre cerco di inalare l’odore del sudore che gli imperla la fronte. Il dolore tiene ben attiva la mia mente. Mi fa immaginare e mi fa ricordare. Immagino la pelle delle mie natiche che diventa viola, i capillari che si rompono e la sua faccia che si contorce in una smorfia di piacere sadico. Ricordo quando ero una donna normale e allora alzo la voce. Ancora! Colpiscimi, cazzo! Pestami!
Mi dà un calcio agli stinchi e mi fa cadere in ginocchio davanti alla vasca da bagno. Tiene sempre il guinzaglio in una mano. Si toglie la vestaglia e si sdraia nella vasca, poi mi trascina dentro, in piedi, con le gambe divaricate a lato delle sue ginocchia. Molla il guinzaglio e si rilassa. Adesso che sa che io non ho bisogno che lui mi dica cosa fare, si affloscia e cade come in trance. Io metto un piede sopra il bordo della vasca e mi avvicino un po’ di più al suo bacino. Con due dita della mano destra allargo le grandi labbra e porto ben in evidenza il foro dell’uretra.
Mentre facevo questa cosa, l’altra sera, ho sorriso. Avevo tenuto la piscia per tutto il pomeriggio per essere sicura di non venire meno al mio impegno ed il piacere di liberarmi di quel peso che mi occludeva l’intestino, mentre le natiche andavano a fuoco dal bruciore, è stato enorme. Mentre pisciavo come un uomo sulla sua pancia tonda, mentre il puzzo dell’orina stagnante inondava la stanza, mi è scappato un sorriso. Forse lui era troppo intontito dal piacere e dall’odore per rendersene conto, ma io ho sorriso prima lievemente e poi, vedendo che la piscia non smetteva mai e lui sembrava voler annegare nella pozzanghera gialla, ho iniziato a ridere, sempre più forte, fino a quando è uscita l’ultima goccia e le ginocchia mi si sono piegate ed io sono stramazzata sul suo ventre gonfio e fradicio ad aspettare che lui si riprendesse dal suo sogno e finisse di fare ciò per cui ero venuta.
Ero piuttosto ansioso, lo ammetto, a proposito del mio destino post mortem, e non perché non sapessi se credere all’esistenza di inferno e paradiso. Piuttosto perché non avevo ancora deciso in quale dei due avrei voluto finire. Ero sposato da dieci anni, dicevo di amare mia moglie da dodici e la tradivo da otto. In questo, credevo, stava l’essenza delle mie colpe e delle mie virtù. In questo stava la chiave del mio destino post mortem, la certezza di aver schivato il regno dei cieli e la speranza di non brucarmi eternamente i peli del culo. Contavo sul purgatorio e in fondo ancora ci conto. Poche fiamme, tanta compagnia, lavoro duro e fisico scolpito dal costante allenamento. Il purgatorio è il posto giusto per gente come me: quelli che non hanno mai ammazzato nessuno, ma che non sono nemmeno degli stinchi di santo destinati a regioni celesti a bassissima densità abitativa. Perché io non tradivo per vizio o debolezza. Tradivo per scelta, per calcolo e, almeno così credevo, per amore. Perché mi fidavo di ciò di cui ero convinto da molto tempo prima di sposarmi: che prima o poi mi sarei stufato del corpo di qualsiasi donna. E questo mi era sembrato inaccettabile quando era arrivato il turno di colei che avrei poi sposato e che sentivo avrei amato per sempre. Non volevo proprio che l’abitudine e la prevedibilità dei suoi gesti e delle sue smorfie di piacere erodessero pian piano il mio desiderio di stare con lei. Così, dopo pochi anni, avevo cercato una soluzione, una scappatoia per infinocchiare me stesso e lei con me. Il meccanismo era semplice: scopare con un’altra donna più frequentemente di quanto non facessi con la mia consorte. Far sì che mia moglie fosse l’eccezione, la novità, la sorpresa. E così ho fatto, per otto anni. La stessa amante per lungo tempo. Sei mesi almeno, a volte un anno, quanto era necessario per creare quella confidenza e quella quotidianità che volevo sottrarre al mio matrimonio. Tutti rapporti mercenari, naturalmente. Tutti inesorabilmente terminati il giorno in cui la scopata mi veniva offerta gratis perché la puttana di turno aveva deciso di manifestare apertamente quanto si fosse ormai affezionata a me.
A mia discolpa vorrei sottolineare ciò che ho risposto ogni volta:
- No, grazie. Amo un’altra donna. Amo mia moglie. E non la lascerei mai.