Era ora!
Da quasi un anno, da quando era uscita l'edizione 2006 della guida "La Buona Tavola", vivevo nell'angoscia. Quei bischeri della redazione, riportando con disattenzione i dati del mio ristorante da me compilati sull'apposito modulo, avevano segnalato fra i piatti del mio menù
"Tortelli Verdi in Crema di Partigiano"
Crema di Partigiano? Davvero alla "Bottiglieria" frullano i partigiani e ne ricavano una cremina che poi usano come un condimento? Il titolare, quel fascista, lo farà certamente con gusto e con la gioia nel cuore di compiacere i delinquenti al governo!
E invece sono arrivate queste elezioni benedette a liberarmi di questo fardello. Fardello, sì, perché se qualche maligno sospettava che la crema di partigiano fosse il mio tributo al potere di Roma, non teneva conto di quanto questo piatto mi imbarazzasse nei confronti dell'amministrazione locale.
Oggi quell'uomo che porta l'appellativo di un salume che ben rappresenta l'amore dei ristoratori padani per il porco ed i suoi ghiotti derivati, ha vinto le elezioni e mi ha liberato dal disequilibrio d'immagine di cui ero vittima.
Da oggi in poi potrò mostrare all'amministrazione locale ed governo del paese la stessa faccia. Da oggi niente più "Tortelli Verdi in Crema di Partigiano", ma solo ed esclusivamente
"Bambini Bolliti alla Cantonese"
(naturalmente gratis per tutti coloro che possono dimostrare un patrimonio personale inferiore a parecchi milioni di euro)
Vado al tavolo, fiero del mio menù che annovera piatti di pesce, cucina etnica, vegetariana e tradizionale.
Il cliente, trentenne maschio coi capelli leccati, punta il dito sul foglio in corrispondenza del piatto messicano:
"Chili con Carne – 16,00 euro"
- Mi scusi, – dice – ho abbastanza fame, ma quanti chili di carne mi arrivano con i sedici euro?
Non ricordo cosa ho risposto.
A volte trovo che questo sia un mestiere difficile.
E’ inutile fingere che non vi sia un legame stretto tra sesso e cucina. Il piacere è alla base della soddisfazione di entrambe questi bisogni primari e godere, nella nostra civiltà, è il fine primario della soddisfazione di questi nostri bisogni.
E’ una questione fisica, squisitamente fisica, tanto più alto è il nostro godimento quanto più sviluppata è la capacità di affidarsi solo ai propri sensi.
Ci si può nutrire e accoppiarsi oppure mangiare e scopare, la differenza è sostanziale perché gli effetti che scaturiscono da questi due tipi di atteggiamento, sono poi quelli in grado di rendere la nostra vita più o meno piacevole.
Tempo fa, nell’orgia di iniziative che coronano la vita della blogsfera, avevo aperto un blog nel quale mi ero ritagliata una rubrica del venerdì dedicata proprio al legame tra il sesso e il cibo. Erano piccoli racconti nei quali entrambe questi aspetti della nostra vita si legavano e si intrecciavano tra loro dando vita a piccole ricette nelle quali tutti gli ingredienti venivano scelti ed esaltati con cura.
Poi l’ingordigia della blogsfera, la sua capacità di metabolizzare ogni alimento più rapidamente di quanto lo si possa creare, mi ha dissuaso dal proseguire.
Pubblico qui volentieri qualcosa, per celebrare nuovamente questo connubio tra sesso e cibo.
La maionese
Ho tirato fuori le uova dal frigo e ho preso la bottiglia dell’olio extra-vergine d’oliva.
Volevo fare la maionese, volevo farla a mano con il mestolo di legno, volevo lavorarla e farla montare fino a renderla soffice e gustosa al palato.
Per non farla impazzire bisogna avere la mano buona, il movimento deve essere circolare e costante, mai invertire il senso di rotazione e mai cambiare ritmo al movimento.
L’olio a filo, lo amalgami un po’ per volta e poi ne aggiungi altro. Lentamente.
Il risultato è più sicuro se le uova sono a temperatura ambiente, il freddo le inibisce, devi aspettare che si scaldino.
Mi sono seduta ad aspettare.
- cosa fai?
- Aspetto. Con le uova bisogna avere pazienza.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Si è avvicinato e si è sbottonato i pantaloni. Lui non ha pazienza – ho pensato e tanto lui mi ha messo una mano sulla nuca.
Non ho detto niente, ho fatto quello che dovevo fare. Gli tiro giù le mutande e lo prendo in bocca.
Movimenti lenti e circolari, ritmo variabile in attesa che le uova si scaldino.
Ci vuole la mano ferma – ho pensato e tanto lui mi ha scopata in bocca con quel suo mestolo di legno mentre le uova si scaldano.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Ho invertito il senso di rotazione della lingua diverse volte e lui è impazzito.
- adesso basta, le uova sono calde
- aspetta – ha detto lui e tanto io mi sono alzata e sono andata a preparare la maionese.
Ho diviso i bianchi dai gialli, ho rotto le uova e le ho passate da un guscio all’altro fino a quando l’albume filamentoso ha abbandonato il tuorlo.
- cosa fai?
- Pulisco le uova.
E ho divaricato leggermente le gambe.
Poi ho messo un filo d’olio e ho cominciato a lavorare i tuorli. Movimenti lenti e regolari, la spalla immobile, la spinta arriva dal bacino, ogni giro completo del mestolo, un giro completo del bacino.
Per far lavorare il polso è ancora troppo presto.
- cosa fai?
- Ti scopo – e ha spostato la ciotola con la maionese un po’ più in là in maniera che dovessi inchinarmi per
raggiungerla e lavorarla.
Non ho detto niente, ho lasciato che lui facesse quello che doveva fare. Mi ha tirato su la gonna e mi ha tolto le mutande mentre la maionese montava e il ritmo prendeva la sua regolarità.
Il ritmo l’ho deciso io, ogni circolo del mestolo un colpo, ogni movimento del bacino un affondo.
Un filo d’olio per amalgamare, un giro del bacino per accogliere.
Abbiamo lavorato la maionese fino a quando è diventata gonfia, enorme e scivolosa. Il mestolo di legno impregnato del suo umore, la chiusa vicina, bramata, urlata.
Poi il silenzio.
- cosa fai?
- Ora tocca a te lavorare i bianchi – e mi sono girata inginocchiandomi di fronte a lui. I bianchi sono più semplici,
basta sbatterli con vigore per pochi minuti. Ho assaggiato la mia maionese mentre lui sbatteva con la forchetta gli albumi. Movimento di polso, il polso scivola dando il ritmo alla mano, movimenti rapidi e profondi.
Poi ho sentito che il composto era pronto, l’ho sentito duro e gli ho detto si smettere.
- cosa fai?
- Metto il tuo bianco nella mia maionese – e l’ho preso nuovamente in bocca un attimo prima della sua chiusa.
Copiosa, bramata, urlata.
Poi nuovamente il silenzio.
- cosa fai?
- Amalgamo gli ingredienti – e l’ho fatto inginocchiare tra le mie gambe perché assaggiasse la mia maionese con la sua lingua.
Gli albumi vanno amalgamati con molta attenzione, delicatamente e avendo cura di accarezzare ogni angolo della ciotola affinché i tuorli accolgano gli albumi con entusiasmo. La forchetta deve fare un buon lavoro e solo quando il composto sarà diventato soffice e spumoso, si può dire che la maionese sia pronta.
Un goccio di aceto balsamico tra le gambe ha concluso l’opera.
Poi il rumoroso silenzio del riposo.
Notte del 15 novembre 2005.
La mia faccia giganteggia sulla copertina del settimanale cittadino e per sette giorni rimarrà esposta all'esterno di tutte le edicole.
Una prenotazione da 6 per le 23:30 è la ciliegia sulla torta di un martedì infernale. L'avventore è uno scrittore, tal Aldo Nove, proveniente da un reading con annesso codazzo di autorità comunali. Lui è uno che nella sezione biografia del suo sito, all'anno di nascita, dice: [Sbadiglio] "Onde emigrate dal cuore. Doppiamente velate nelle vene. respirate, mangiate, rapprese a tocchi di buio animale. Onde marcate di ossigeno parlato, tradotto in plasma nutritivo, riversato immensamente nel potassio sporco dell'amore. Acqua che trasborda e cresce, che è primordiale. Madre. Africa pulita e rigogliosa del bacino continentale feto. Terra. Approdo e dirigibile neurologico, infantile. Viuggiù. Mia madre."
Poco prima arriva una coppia di persone (un lui e una lei) che avevano ascoltato in platea. Lei è una che ha scritto un libro di ricette e filosofia. Ricette in cui si parla di "sciampignon" [Argh!!!] e "rostbeef" [Doppio Argh!!!]. Filosofia del tipo: "Solo chi ama mangiare da solo sa cosa mangia."
Cenano.
L'incontro tra la filosofaga e il feto continentale è inevitabile e fatale. Lei gli fa domande marzullesce tipo: "Ma è il tuo romanzo che ti ha investito o sei tu che gli sei andato incontro?" Lui fa finta di capire le domande e si dà risposte autoreferenziali citando sé stesso in un loop autocelebrativo. Io attendo invano che si schiodino, oltre l'orario di chiusura.
E intanto penso: è un essere del genere ciò che aspiro diventare? Una palla umana che crede che dire "onde marcate di ossigeno parlato" invece di liquido amniotico sia figo?
O Dio degli esordienti, dammi la forza di godere nell'ombra di questa settimana di notorietà...
Chissà se mai un uomo abbia detto ad una donna:
"E' stata una bellissma serata dalla A alla Z passando per la L"
Probabilmente lei non capirebbe, d'altra parte il punto L gode di molta meno notorietà rispetto all'amico G, o lo insulterebbe pensando che la L sia l'iniziale di un'altra donna che si trovava a transitare per la sua testa. Mah... chissà...